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Sul ripido pendio del mio dolore,
gli angeli non indossano vesti di lana,
ma abiti pesanti dall'asilo dell'ombra.
L'erba d'acciaio mi taglia i piedi scalzi,
mentre lo smeraldo del mondo si è spento
il giorno in cui le mie braccia sono rimaste vuote.
Strisce di fiamme mi consumano il petto,
fino alla cima della collina dove ti ho perduta.
La terra che un tempo ti ha fatto fiorire
è calpestata dagli uccisi del destino,
da tutte le battaglie con la mia stessa mente,
e i rumori caotici di un altro mondo
disegnano l'arcobaleno dell'inutilità sulla mia fronte.
Ma guardo indietro, dietro la montagna a destra:
lì c'è la linea delle tue albe,
Il Rifugio della tua anima che vola libera.
Il margine inferiore di questo quadro di cenere
non è più il cliché del mare, con conchiglie e chiocciole di madreperla,
ma il grido delle mie notti umane,
un mare di oscurità dove ti cerco sempre.
E quella dolcezza che avevi,
che si specchiava nelle stelle e in tutto ciò che toccavi,
scende ora come una carezza amara sulle mie lacrime.
Non c'è più un cieco baratro davanti a noi,
ma un profondo scavo del mio stesso essere,
lì dove vivi, intatta, nella mia memoria di padre.